| Non c’è futuro senza passato |
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| Scritto da Redazione |
| Venerdì 03 Aprile 2009 07:24 |
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60 anni del PST/POP/PdAS/PSdL Proibizione dei comunisti, illegalità e resistenza Il 30 agosto 1939, i socialdemocratici avevano approvato l’attribuzione dei poteri straordinari al Consiglio Federale. Essi permisero così la costituzione di un regime che, secondo lo storico Edgard Bonjour, andava trasformandosi “quasi in maniera obbligata in una democrazia autoritaria” oppure, secondo il giurista Zaccaria Giacometti, stava sviluppando uno “Stato autoritario con tendenze totalitarie”. In virtù dei pieni poteri che gli erano stati accordati, il Consiglio Federale proibì, tra la fine del 1939 e l’estate del 1941, la stampa comunista e quella della sinistra socialista, l’agitazione e la propaganda comunista, il PCS, le Gioventù Socialiste Svizzere (JSS) e la FSS, fondata il 3 dicembre 1939 dai socialisti ginevrini e vodesi esclusi dal Partito Socialista Svizzero (PSS). I parlamentari del PCS e della FSS persero il loro mandato. Numerosi comunisti e socialisti, fra i quali Léon Nicole, Karl Hofmaier, Jules Humbert-Droz, Otto Brunner e Edgard Woog, che avevano continuato a lavorare nell’illegalità, furono arrestati e condannati a pene di reclusione. Con l’approvazione del PSS, coloro che si erano pronunciati per la proibizione dei comunisti avevano così contribuito ad indebolire anche il movimento operaio. Furono inflitte pesanti perdite di salario agi operai in crisi e mobilitati. I lavoratori, sostenuti dalle organizzazioni illegali e l’ala sinistra dei social-democratici cercarono allora di combattere questi abusi attraverso una resistenza organizzata. Un’ala sinistra si costituì nel Partito Socialista all’interno della quale i membri del PCS ebbero un ruolo importante. Questa opposizione interna al partito social-democratico, di cui Harry Gmür era considerato il capo spirituale, si manifestò attraverso diverse pubblicazioni a partire dall’estate 1940. Il suo manifesto del 1 agosto fu elaborato in collaborazione con il presidente del PCS, Jules Humbert-Droz. Il corso della guerra influenzò evidentemente e in modo marcato gli avvenimenti in Svizzera. La vittoria dell’Armata rossa a Stalingrado e i successi anglo-americani in Africa del Nord e nel Pacifico lasciavano presumere la fine prossima del conflitto e il ruolo importante che i Sovietici avrebbero avuto nella sconfitta del nazismo. Nel 1942 e soprattutto nel 1943 la frangia combattiva del movimento operaio si rinforzò.
Dall’inizio dell’anno all’autunno del 1943, le discussioni concernenti la rifondazione dell’unità dei diversi movimenti operai divennero sempre più animate. Nei giorni di Pentecoste del 1943, la FSS e il PCS, entrambi illegali, si riunirono in un solo gruppo politico e diedero il mandato alla loro direzione (il presidente Léon Nicole e il segretario Karl Hofmairer) di negoziare con il PSS “con lo scopo di realizzare, nel quadro del programma e degli statuti del PSS, l’unità politica della classe operaia” nel rispetto assoluto dell’uguaglianza fra tutti i componenti. In seguito alla dissoluzione dell’Internazionale Comunista (Komintern) il 15 marzo 1943, il Partito Socialista aveva preteso la liquidazione del Partito Comunista Svizzero. D’altra parte, la sinistra social-democratica sperava invece che la direzione del PSS facesse delle azioni comuni in vista dell’unificazione. Il 4 e 5 settembre 1943, a Winterthur, il congresso del PSS decideva di accettare solo adesioni individuali e non collettive; votò pure per il diritto di veto per le istanze cantonali e nazionali. Il colpo di grazia fu dato dalla borghesia che, spezzando i tentativi di raggruppamento, impedì la costituzione di liste operaie nei cantoni di Ginevra, Vaud e Basilea Città per l’elezione del Consiglio Nazionale del 31 ottobre 1943. Il Consiglio di Stato ginevrino aveva persino stilato una lista di 400 membri del Partito Operaio non eleggibili, nonostante il fatto che il partito fosse legalizzato a partire dal mese di giugno. La FSS/PCS reagì chiamando a boicottare il voto in tutta la Svizzera e questo non poteva nuocere che al PSS.
La nascita del Partito Svizzero del Lavoro Il cammino verso un nuovo partito svizzero legale veniva sempre più rapidamente abbandonato. Al momento dell’elezione del Gran Consiglio basilese, la Lista del Lavoro ottenne immediatamente 18 seggi su 130. La Federazione dei Partiti del Lavoro, creatasi il 21 maggio a Basilea, decise conformemente al volere di Hofmaier che nessuna fusione con il PSS avrebbe avuto luogo ma espresse la volontà di collaborare con l’insieme delle organizzazioni democratiche. In seno al PSS, il conflitto tra la sinistra del partito e la sua direzione si era aggravato tra il 1943 e il 1944. Delle piatta-forme politiche di sinistra fecero la loro apparizione a Basilea e a Zurigo in occasione del 1 maggio 1944, all’interno delle quali emergeva l’idea che il PSS doveva di nuovo guadagnarsi la libertà di azione di fronte allo Stato borghese. Coloro che firmarono il documento, 23 basilesi e 43 zurighesi, furono confrontati con una procedura di espulsione. Il 18 giugno 9 basilesi e 9 zurighesi, fra i quali i compagni di primo piano di questo movimento, come Martin Stohler e Leo Löw a Basilea, Fritz Heeb, Ernest Rosenbuch e Alfred Weiss a Zurigo, si videro ritirare la carta di membro dal Comitato Direttore. Un po’ più tardi, il 3 settembre, il biennese Paul Fell fu pure espulso. Nell’estate 1944, questi esclusi così come numerosi membri del PSS solidali decisero di fondare insieme il Partito del Lavoro. Terminò così provvisoriamente questo processo, le cui cause risiedono nell’evoluzione della politica social-democratica durante l’ultimo decennio e nell’attesa relativa allo svolgimento della guerra.
Riforme sociali e lotte operaie In questo ambiente di rottura ampiamente diffuso e tendente persino all’euforia, nella quale apparivano come possibili dei miglioramenti e delle riforme sociali essenziali, il nuovo partito conobbe un grande slancio. Parallelamente, il prestigio dell’Unione Sovietica era arrivato a un livello fino allora mai raggiunto e i comunisti avevano, nella coscienza dei popoli, il merito di avere contribuito ad abbattere il fascismo. Tra il 1942 e il 1947 sorsero movimenti significativi in favore degli aumenti di salario, di migliori prestazioni sociali e di nuovi diritti, a capo dei quali i membri del PSdL occuparono spesso posizioni di rilievo. Il lavoro dei sindacati dell’industria, limitato fino allora all’industria tessile, fu preponderante nell’industria chimica basilese. In questo sindacato, i comunisti e i socialdemocratici di sinistra, più tardi riuniti nel PSdL, ebbero un ruolo trainante. La prima convenzione collettiva dell’industria chimica basilese, firmata il 4 gennaio 1945, comportava una parte completa e normativa, diversa dell’accordo sulla pace del lavoro firmata nella metallurgia nel 1937. Queste norme regolamentarono le esigenze materiali (termine di preavviso in caso di rottura di contratto, tempi di lavoro, salario minimo, indennizzo per le ore supplementari e vacanze). Così, la posizione sociale dei lavoratori di questo ramo migliorò in maniera considerevole. Nel 1945-46, il PSdL lanciò in diversi cantoni un’iniziativa popolare per il diritto di voto e di eleggibilità della donna e rimase sempre attivo in questo campo. La concretizzazione di questi diritti prefigurava delle difficoltà. Il pensiero patriarcale e dominante, ugualmente diffuso anche tra gli uomini membri del partito nella loro vita pubblica e privata era infatti difficile da cambiare.
L’Unione sovietica, un modello? Il PSdL fu fin dal suo inizio un partito che “aspirava alla liberazione politica ed economica completa di tutti i lavoratori attraverso la vittoria sul capitalismo e lo sviluppo di un ordine sociale socialista” (art. 1 degli statuti del 1944). A questo venne ad aggiungersi, durante i dieci o quindici primi anni, la pretesa ereditata dal Komintern di essere l’avanguardia della lotta. Con il tempo e particolarmente dopo il 1968, il PSdL si dichiarò parte attiva nel movimento per il socialismo. Il programma del 1991 precisava che il partito intendeva conservare nello stesso tempo la sua indipendenza e la sua identità. “Nel nome dell’unità, non rinunceremo ai nostri fondamenti ideologici e etici o ai nostri obiettivi a lungo termine.” Con la vittoria sul fascismo si pose il problema di un’altra via che portasse al socialismo in Europa occidentale, diversa da quella della Russia del 1917. Questa strada condusse in primo luogo a delle riforme, tra le quali il riconoscimento e l’estensione della democrazia. Queste costituiscono delle tappe fondamentali del percorso verso il socialismo, un’esigenza dalla quale il PSdL non si è mai allontanato, poiché nel suo programma non ha mai menzionato la dittatura del proletariato. Edgar Woog dichiarò, al tempo del cambiamento di potere in Cecoslovacchia nel 1948 “che noi possiamo andare verso il socialismo solo con la maggioranza del popolo svizzero”. Alla luce di queste nuove condizioni, la rivoluzione d’ottobre non avrebbe dovuto perdere il suo ruolo di modello? Non fu il caso fino al Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) nel 1956. Nonostante la sua dissoluzione nel 1943, il Komintern continuava ad influenzare gli animi. La guerra fredda rinforzò questa posizione. I fronti si inasprirono fino ad arrivare progressivamente all’emarginazione del PSdL e a un indebolimento considerevole della sua influenza, particolarmente nella Svizzera tedesca. A questo si aggiunse l’espulsione del segretario del PSdL, Karl Hofmaier nel 1947 causata dalla sua gestione finanziaria poco trasparente. Ciò aveva avuto come conseguenza l’interruzione della pubblicazione del Vorwärts nel 1946. La presa del potere da parte dei comunisti nel 1948 a Praga, salutata dal PSdL e il sostegno incondizionato della condanna di Tito nel luglio 1948 scatenò la prima campagna anticomunista. Altre campagne seguirono nel 1956 dopo l’intervento sovietico in Ungheria e nel 1968 dopo quello delle forze del Patto di Varsavia a Praga. I due avvenimenti non furono approvati dal PSdL in virtù del principio della non ingerenza di uno Stato negli affari interni di un altro paese.
Il PSdL aveva sempre spiegato “che sarebbe rimasto incondizionatamente e senza riserve legato all’idea di indipendenza nazionale e statale della Svizzera” e “avrebbe difeso questa indipendenza contro ogni attacco dall’esterno - da qualunque parte fosse arrivata - con tutte le sue forze”. Tuttavia, quando Maurice Thorez lanciò la sua celebre frase “il popolo francese non combatterà mai l’Unione Sovietica”, Léon Nicole si affrettò ad approvarlo. “Questa spiegazione netta e chiara corrisponde esattamente alle azioni intraprese in tutti i paesi da parte dei partiti di avanguardia per la difesa della pace”. Nicole era convinto che la terza guerra mondiale fosse in effetti già iniziata. Con questo, egli aveva anticipato ciò che Andrej Jdanov avrebbe proclamato nel settembre 1947 in occasione della creazione dell’ufficio di informazione dei partiti comunisti e del lavoro (Kominform) e cioè la teoria dei due campi opposti e inconciliabili, nella quale non vi era più spazio né per una neutralità alla svizzera né per una coesistenza pacifica. Questa posizione portò, all’inizio degli anni cinquanta, al conflitto tra da una parte Léon Nicole e i suoi amici e dall’altra la maggioranza del PSdL, conflitto che si concluse con l’espulsione di Nicole alla fine del 1952. Fino alla conclusione del trattato con l’Austria, il 15 maggio 1955, che assicurava la neutralità di questo paese, il PSdL a causa del suo attaccamento alla neutralità politica della Svizzera passava per essere contagiato da idee “revisioniste” nei circoli comunisti internazionali. Esso temeva, probabilmente a ragione, un’eventuale scomunica dal Kominform. Fu solo alla fine di un processo contraddittorio durato venti anni, influenzato dalla congiuntura politica e dallo sviluppo personale dei suoi dirigenti che il partito riuscì a staccarsi dai “residui” dei tempi del Komintern. Sempre accompagnato dalla polizia federale Una pressione aperta o nascosta, legale o illegale, fu senza tregua esercitata sul partito, i suoi membri e i suoi simpatizzanti. La repressione si accentuò durante gli anni della guerra fredda fino al suo parossismo nel novembre 1956, in ragione degli avvenimenti in Ungheria che si concretizzò attraverso il “pogrom di Thalwil” diretto contro Konrad Farner. Questa repressione era più efficace là dove il PSdL era più debole. Il Dipartimento Federale di giustizia e polizia era dell’opinione che Mosca preparasse la sua rivoluzione in Svizzera attraverso il PSdL. Non ha mai fornito lo straccio di una prova. La polizia federale registrò in migliaia di pagine dati, veri o immaginari, della vita dei membri del partito, stabilendo delle liste dettagliate di “gente pericolosa e sospettata di esserlo”. L’abolizione della proibizione del partito nel 1945 fu sostituita cinque anni più tardi dalle direttive di protezione dello stato rafforzate. Fra coloro che furono tradotti in giustizia e condannati, figuravano dei giornalisti come Pierre Nicole per i suoi articoli contro la politica estera della Confederazione e Emil Arnold perché aveva spiegato, in occasione di una conferenza di fronte a dei giornalisti a Budapest che la Svizzera era un terreno di azione della propaganda americana e un centro di spionaggio americano. Oggi, ognuno può ammettere che non si trattava di processi per delitto ma bensì processi di opinione.
In sessant’anni, la problematica è cambiata e nuovi problemi esigono nuove risposte. I modelli dei pensieri preconfezionati come la credenza nel progresso senza limiti dovettero essere riadattati. Al posto di professare il dogma della crescita tecnico-economica, sono valorizzate le relazioni sociali che devono essere regolamentate affinché l’attività umana non distrugga l’ambiente. Infatti, tutte le azioni perderebbero senso in caso di catastrofi nucleari, dovute a bombe o a reattori, capaci distruggere la vita in dimensioni imprevedibili. Lo sviluppo delle ex-colonie e l’esigenza dell’autodeterminazione dei popoli hanno posto nuovi doveri. Il PSdL fu parte attiva nella solidarietà con il Vietnam e l’Algeria, Cuba, il Cile e il Nicaragua e contro l’apartheid in Africa del Sud. La lista potrebbe ancora essere completata. Esso solidarizzò con i movimenti rivoluzionari contro le situazioni politiche e le ingiustizie sociali. A questo si aggiunse la battaglia contro la xenofobia e il razzismo nel paese stesso. Presto, il partito lavorò in stretta collaborazione con i cittadini immigrati, sia nella lotta per i loro diritti politici e sociali in Svizzera o contro le dittature nel loro paese di origine. Il partito doveva provare a sviluppare una politica autonoma dei salariati in periodo di alta congiuntura, questo in rapporto ai cambiamenti strutturali nell’organizzazione del lavoro e nella composizione delle lavoratrici e dei lavoratori, fra i quali si trovavano numerosi stranieri privati dei diritti politici. Altre forme di presa di coscienza democratica, di volontà di influenzare al di là del sistema di rappresentazione della politica tradizionale conobbero un cambiamento particolarmente a partire dal maggio 1968 e con le manifestazioni di una gioventù diventata turbolenta. Non fu sempre facile per il PSdL affrontare i nuovi problemi. Una concezione del determinismo storico ampiamente diffusa, la pretesa avanguardista e il dogma dell’interesse superiore dell’Unione Sovietica inseparabile da quello del proletariato di tutti i paesi frenarono l’autoanalisi critica della propria storia, percepita come una condizione di base per afferrare la novità e, se possibile, controllarla. Ci furono talvolta forti dissensi che condussero persino al distacco dal partito e questo in ragione degli avvenimenti internazionali, dell’uso pacifico dell’energia atomica, del femminismo, dei centri giovanili autonomi e delle fasce marginali della società. Tuttavia, le discussioni condotte e le posizioni acquisite dopo il 20.mo congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica avevano messo il partito in condizione di analizzare il fallimento del socialismo autoritario in URSS e nei paesi dell’Est e di trarre le conclusioni per una propria politica. Nel 1991, il partito si diede un nuovo programma che porta il titolo “Movimento per i socialismo”. Esso fu completato in occasione del congresso del 1995 con un programma di azione “Dieci necessità per una Svizzera sociale, solidale e progressista”. Il congresso del 2002 portò nuovi impulsi essenziali, che avevano per scopo il rinnovo del partito e la sua partecipazione all’elaborazione di un’alternativa globale al capitalismo. Nella sua aspirazione ad opporre all’Unione Europea a dominanza economica un’Europa per la pace, la democrazia, la giustizia sociale e la parità fra i sessi, il PSdL entra nel maggio 2004 come membro fondatore nel Partito della Sinistra Europea. La democratizzazione dell’economia e l’autonomia amministrativa, come figurano nel programma del partito del 1991, sono degli slogan ma rappresentano pure la direzione nella quale una politica deve svilupparsi con lo scopo di creare un ordine a misura della persona e della natura. In questa prospettiva, la parità dei diritti dei sessi deve essere veramente reale. Il neoliberismo, nella sua aspirazione sconfinata a favore del profitto, ha lasciato in tutta la società delle perdenti e dei perdenti e in particolare nel rapporto Nord-Sud. Le relazioni con coloro che hanno fuggito la povertà e la difesa delle conquiste del movimento operaio costituiscono a partire dagli anni novanta le sfide dei principali movimenti della sinistra dell’Europa Occidentale. E’ il compito del Partito Svizzero del Lavoro riconoscere questi processi e battersi affinché, al di là della politica quotidiana, le utopie di oggi diventino delle realtà domani. |
| Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Aprile 2009 07:31 |
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